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Prima sentenza per ragazzi che filmarono stupro coi cellulari

17 Febbraio 2007 | Attualità

Tre misure cautelari per un ragazzo di sedici anni e per due di diciassette. Così ha deciso il Gip, il giudice per le indagini preliminari nell’inchiesta sui tre ragazzi che filmarono e diffusero l’estate scorsa lo stupro di una ragazzina di tredici anni. Fu il primo caso del genere a divenire di dominio pubblico in Italia. Il Gip Giovanni Manzoni ha riconosciuto l’ipotesi di violenza sessuale ma non quella di il reato di utilizzo di minori per la produzione di materiale pedopornografico come aveva invece chiesto il pubblico ministero Ugo Pastore, che su questa base aveva sollecitato anche altre nove misure cautelari. Duemila pagine, tra atti di indagine, cinquecento testimonianze raccolte e decine di video e supporti informatici passati al setaccio dalla Squadra mobile e dalla Polizia postale hanno comunque aperto uno squarcio su una realtà di cui gli adulti avevano capito ancora poco. La vicenda in questione si svolse l’estate scorsa a Torrette di Ancona. La ragazza,  vittima dello stupro di gruppo chiese un giorno a un’amica di farle da tramite per avvicinare un quindicenne che le piaceva. L’incontro divenne un orrore. Secondo la ricostruzione della vittima lo stupro ci fu già al primo incontro in campagna, sotto minaccia del ragazzino di non riaccompagnarla a casa, poi abusi e vessazioni da parte di altri due ragazzi poco più grandi, anche qui con la minaccia di raccontare tutto ai genitori o di fare del male alla sorellina e tutto filmato e scambiato tra i partecipanti al gruppo e i loro amici, ma non solo.  “Dopo stavo male, vomitavo, ma non sapevo cosa fare -dice la ragazzina – sono andata anche dal medico ma non ho detto niente neanche lì, perché c’era mia madre”.  Siamo nel giugno-settembre 2006, fra studenti delle medie e di un istituto superiore di Torrette: famiglie normali, quartiere non a rischio. Per la procura i maschi avrebbero approfittato dello stato di inferiorità psicologica della tredicenne nell’indifferenza generale. Fino a novembre, quando la madre di un ragazzino ha scoperto uno di questi mms sul telefonino del figlio e ha chiamato la polizia.

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